La vita al tempo dei mapo e perché non mangio la pasta al pomodoro

I mapo e la pasta al pomodoro sono collegati da contingenze inestricabili e non so quale dei due mi faccia più schifo. In realtà lo so. La pasta al pomodoro.

Sono un’italiana atipica, non c’è che dire: mangio in generale poco pane (sacrilegio in casa mia) e soprattutto odio con tutta me stessa la pasta con il sugo al pomodoro fino a non poterne nemmeno sentire l’odore.
Il mio, in realtà è un trauma infantile di una certa portata (e so per certo di non essere l’unica ad averlo subito).

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Al tempo dei mapo, quando ancora frequentavo le elementari, ero una di quei bambini costretti a mangiare ogni giorno alla mensa della scuola; con entrambi i genitori al lavoro e nessuna nonnina disposta a prepararmi un pranzetto degno di questo nome, non avevo scelta.

Ricordo come se fosse ieri quei piatti colmi di pasta: un ammasso colloso di penne scotte, pallide, riscaldate almeno 3 volte e condite con del sugo acidino e rappreso. Il percorso che ho seguito ricalca le “cinque fasi del’elaborazione del lutto“: dal rifiuto di mangiare quella COSA la rabbia è arrivata inevitabile e puntuale come il senso di gonfiore dopo il pranzo di Natale. Durante la fase di contrattazione ho richiesto di poter avere della pasta in bianco: ricordo molto bene anche quel momento. Il risultato? Solito ammasso di penne anemiche strette strette l’una all’altra da un forte legame di amido appiccicoso, il tutto magicamente galleggiante su un dito di olio. Grandi passi avanti. Dopo una lieve depressione finalmente l’accettazione, ovvero la rassegnazione, anche riassumibile nella famosa frase di grande saggezza popolare “Questo passa il convento”.

Come se quel rigurgito di pasta bianchiccio-rossastra non fosse stato sufficiente, spesso arrivava lo schiaffo finale: i mapo. Non li vedo da un po’ e non li mangio da ancora più tempo ma immagino tutti sappiate cosa sono: uno sfortunato incrocio tra mandarino e pompelmo inventato negli anni ’70 da un siciliano con probabili squilibri alle papille gustative.

Ora qualcuno, cortesemente, mi faccia il favore di spiegarmi che senso e funzione hanno questi poveri ibridi figli di nessuno. Aspri e amarognoli, sono convinta che il signor “padre dei mapo” abbia voluto prendersi gioco di alcune generazioni di italiani.

Tuttora, all’età di 26 anni, non mi sono ancora liberata dal trauma che deriva dal mio tempo di mapo.


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